Vendere ai cinesi
Vendere ai cinesi

Vendere ai cinesi: un fenomeno da analizzare con attenzione

Luoghi comuni, pregiudizi, cattiva informazione. La presenza dei cinesi nell’economia e nel commercio italiano è da sempre soggetta a tutto questo. Ma i tempi cambiano.

Diciamoci la verità, noi possiamo anche prenderli in giro, trattarli come un fenomeno folkloristico e temporaneo, oppure accusarli di devastare il tessuto socio-economico del nostro malandato Paese, ma i cinesi residenti in Italia che aprono attività ad ogni angolo, anche nei piccoli paesini di provincia, ormai sono un dato di fatto, ed in quanto tale va analizzato con un minimo di attenzione e obiettività.

Vendere ai cinesi la propria attività per un certo periodo di tempo ha rappresentato una doppia opzione: monetizzare dalla cessione di un'attività commerciale non particolarmente redditizia, incassando somme spesso molto più alte del reale valore sul mercato della stessa; oppure salvarsi dall'imminente e inarrestabile fallimento della propria attività, vendendo la licenza oppure i locali commerciali.

L'Italia è un Paese a vocazione provinciale, se vogliamo, e vendere ai cinesi ha generato una serie di luoghi comuni e pregiudizi difficili da sradicare, come la natura ignota o criminale dei fondi utilizzati per acquistare le attività, che purtroppo spesso è stata anche dimostrata, perché altrimenti non si spiegherebbe la disponibilità di tali somme in contanti. Ci sono anche delle chiacchiere da paese meno nobili, che si soffermano più sulla curiosità e sullo scherzo che non sull'aspetto legale o professionale. La domanda che tutti si fanno, infatti, è dove vanno a finire i cinesi quando muoiono, visto che a memoria d'uomo nessuno ricorda un funerale o una funzione in memoria di un caro defunto.

Come in tutte le cose, ad intervenire ci pensa il buon senso, che ci fa capire come il problema non sussista, perché essendo giunti relativamente da pochi anni nel nostro Paese e avendo una aspettativa di vita abbastanza lunga, l'assenza di cadaveri asiatici è dovuta al fatto che, fino ad ora, non ne sono morti poi così tanti. 

Ormai sono anni che il numero di attività commerciali vendute ai cinesi hanno fatto la loro comparsa, aumentando in maniera esponenziale, e con il passare del tempo i proprietari venuti dall'estremo oriente sono diventati, almeno per certi versi, cittadini italiani a tutti gli effetti, in particolare quelli appartenenti alla cosiddetta seconda generazione, composta dai figli degli immigrati con gli occhi a mandorla, che parlano correttamente la nostra lingua, hanno ricevuto un'istruzione più o meno completa in Italia, e vivono all'interno della comunità, perfettamente integrati, com'è giusto che sia.

Sono proprio gli esponenti di questa seconda generazione che sta cercando di portare lo sviluppo del loro business in Italia ad un livello successivo, che non sia fatto solo di negozi adibiti alla vendita di prodotti di scarsa qualità e low cost, ma anche aziende, imprese, realtà imprenditoriali più solide e ambiziose.

Sono moltissime, infatti, le iniziative commerciali e professionali lanciate da cinesi residenti in Italia, e la vendita delle attività è solo una parte, seppure importante e considerevole. Furbamente, è evidente, hanno anche iniziato a preoccuparsi di fornire assistenza tecnico professionale a tutti quegli italiani interessati all'opportunità di lavoro nell'attività, che, indipendentemente dai punti di vista, genera fatturato in Italia, sul quale vengono pagate le tasse all'erario e che, sempre più spesso, creano occupazione per giovani senza competenze ed esperienza ma desiderosa e volenterosa.

Infatti, sono nati diversi portali web attraverso i quali si favorisce l’incontro tra la domanda e l’offerta, tra gli italiani interessati a vendere attività, licenze e/o immobili, ed i cinesi magari propensi all’acquisto.

È interessante, al netto di quelle che possono essere le considerazioni di carattere personale, vedere come la presenza nell’economia italiana da parte dei cinesi si stia evolvendo, assumendo sempre più un carattere ed un atteggiamento imprenditoriale, e non solo da “bottega”.


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